domenica 10 aprile 2016

Quando un garage muore...

Questo è un racconto. O forse no.
Non ha importanza. Decidete voi.
La giornata è grigia e piovosa, il ticchettio dell'acqua scandisce i secondi che passano. È inverno.
Il clima di ogni scena nostalgica che si rispetti.
Il protagonista scende una rampa asfaltata che porta ad un seminterrato: serrande che si affacciano su un locale ampio e buio, l'unica apertura sul davanti, proprio in fondo alla discesa.
Il protagonista fa attenzione, il suolo è scivoloso per via dell'acqua piovana e di chiazze di muschio che crescono fra crepe, le rughe di un vecchio edificio.
Fruga nella tasca del cappotto e ne estrae una chiave. Apre la prima serranda sulla destra. Prova l'interruttore sul muro: niente. Il garage resta immerso nella penombra di una fredda giornata piovosa di gennaio. Il respiro si condensa in placide nuvole di fumo.
Lì dentro non c'è più niente. Solo una catasta di legna da ardere, che rende il tutto sconosciuto e alieno. Il protagonista non ha mai posseduto un camino.
Le pareti sono vuote; solo graffi neri e buchi di chiodi a testimoniare che, una volta, laggiù qualcuno aveva stoccato i propri averi. Pattini. Sci per la settimana bianca. Portapacchi. Un vecchio bolide da corsa restaurato e ora perduto. Musicassette. Una bicicletta da corsa che non andava da nessuna parte, agganciata ai rulli, la ruota anteriore eternamente immobile, ma che poteva arrivare in qualsiasi posto del mondo o dell'universo. Una bicicletta che aveva un nome, rampollo metallico di una nobile dinastia, dotata del superpotere di un tappeto volante.
È uno spazio piccolo, questo garage. Più piccolo di una cameretta da figli privilegiati. Più piccolo di un salotto. Un monolocale. Eppure, era stato più grande di uno stadio, di una montagna, di un oceano. Il punto di partenza di mille strade, per universi senza fine. Il luogo sicuro senza pareti, lo scudo contro la cattiveria e la paura, che restavano intrappolate fuori.
L'astronave che trasmetteva musica senza sosta, da un'autoradio appoggiata su una mensola; uno stereo ricavato da avanzi di una macchina venduta. Migliore di qualsiasi impianto ad alta fedeltà che potrete mai ascoltare in vita vostra. Attrezzi in ogni dove.
Sport, fantasia, vitalità in ogni angolo. Sogni e progetti.
Avere le chiavi di quel garage significava avere le chiavi della felicità.
Un felicità piccola. A misura di bambino. Di adolescente. Di piccolo principe che se ne sta sul suo pianeta in miniatura, in compagnia della sua rosa domestica. Solo che invece di avere una rosa domestica, magari, c'era un papà supereroe. Che insegnava i principi della respirazione, della salute del sistema cardiocircolatorio, i segreti della fisica quantistica e della gravità... mentre si puliva via il grasso della motocicletta dalle mani. La moto che un giorno sarebbe stata del protagonista.
Fantasmi luminosi si sovrappongono, cercando di contrastare il buio che ora proviene dal garage spogliato di ogni briciola di magia. Ma non c'è nulla da fare.
Ormai, là sotto, non è rimasto niente. Solo la nostalgia, mista ad un opprimente odore di muffa. L'odore dell'abbandono. Della solitudine.
L'odore delle case delle persone anziane che non hanno una famiglia, arroccate in intercapedini di antiche mura medievali.
Il protagonista chiude la serranda. Meglio non vedere. Meglio non sentire.
Non ha senso vivere nel passato, se ciò che era non esiste più.
Per fortuna, ci sono sempre strade da percorrere. Nuove, misteriose, avventurose. Basta solo trovare le ruote giuste.



domenica 3 aprile 2016

Consigli per gli acquisti: la dimostrazione che da Ikea ci vanno proprio tutti

Interno notte.
Seduta allo scrittoio, unica fonte di luce una abat-jour di Ikea verde pisello, pigiama salopette fuori misura con multicolori aeroplanini, che al posto del corpo centrale hanno tubetti di tempera.
Ma parché in queste scene indosso sempre il pigiama?
Ah già: perché mi decido a scrivere solo nei weekend o nei giorni di festa, quando il garage è vuoto, il telefono è staccato e le sinapsi hanno avuto modo di smaltire il sovraccarico.
Ordunque: pigiama. Scrivania Ikea. Abat-jour Ikea. Poltrona Ikea. Potrebbero mettermi al reparto espositivo. Slogan: sei misantropo e setoloso come un cinghiale? Dai valore al tuo garage!
Nel frattempo che immaginarie frotte di acquirenti mi scorrono davanti perplesse, picchietto le dita sui tasti bidimensionali della tastiera virtuale del mio ipad, scribacchiando queste righe in un esercizio meta-blog-letterario: la fantasia genera il posto che genera il post che genera il posto della mia fantasia sintetizzato sulla meta-tastiera dell'iPad. Vabbè... lasciamo stare.
D'improvviso, la sala espositiva si rabbuia. Potrebbe essere questa pubblicità, che un genio ha ideato per la notte di Halloween.




Ma no. Niente inquietante ragazzino dello Shining di Kubick, che pedala col suo triciclo per i corridoi deserti. Questa è un'altra storia.
I clienti del colossale mobilificio svedese si diradano. Nessuno mi osserva più, né curioso né sconcerto.
Suppongo di essere rimasta sola e beatamente ignorata; quando un'ultima figura si ferma ad ammirare la mia vetrina. Anch'essa scura, quasi indistinta sullo sfondo del piano esposizioni con poche luci accese. Porta un mantello con cappuccio a coprirle testa e viso. E l'inconfondibile attrezzo contadino per mietere il grano.
Lentamente, la scenografia cambia: da Ikea si torna nel mio garage.
Guardo la Vecchia Signora, perplessa e delusa.
Io: Di già? Ma come, con tutti gli sforzi che faccio per non ingrassare e mangiare sano. Non fumo, non bevo, non uso Altre Sostanze. Che ci fai qui così presto?
La Morte: Ah no, scusa. Veramente pensavo di essere da Ikea, avevo bisogno di una poltrona da giardino. Ma devo essermi confusa. Ho scambiato la tua fantasia per il negozio.
Io: Alla faccia. Ecco perché tutti ti maledicono. Se lavori come fai shopping...
La Morte, si sposta la falce da una spalla all'altra, stizzita: C'è poco da criticare o fare gli spiritosi! Ma hai idea di che mole di lavoro ho da smaltire tutti i giorni, da che la vita è comparsa???
Io: Non sarà il caso che tu ti prenda una vacanza?
La Morte: Non posso. Non trovo mai nessuno disposto a sostituirmi.
Io, penso "eh be', a chi potrei dare torto?".
La Morte: Di'... ti andrebbe di farlo tu? Sostituirmi per po'? Così potrei andare in settimana bianca.
Io, mi schiarisco la voce: Sai, veramente, avrei trovato un lavoro... tranquillo posticino in ufficio. Stipendio fisso a fine mese, malattia, ferie e contributi...
La Morte, sospirando sconsolata: Lo immaginavo. Siete tutti uguali, voi vivi.
Io: Mica vero! Ce ne sono a frotte di noialtri e non ne troverai mai due uguali. A parte i gemelli omozigoti, ovviamente. Ma quelli non contano, hanno il DNA identico. Innanzitutto siamo divisi in uomini e donne. E poi ci sono quelli belli, quelli brutti, quelli alti, quelli bassi, quelli neri, rosa, rossi, gialli...
La Morte: Vuoi dare lezioni di biologia ed etnografia a me??
Io: Scusa... cercavo solo di difendere la mia posizione di essere vivente.
La Morte: Sarete pure tutti diversi, ma quando arrivo io, mi trattate sempre alla stessa maniera: disprezzo, circospezione, paura. Nessuno che mi accolga gentilmente.
Io: Mi spiace. Devi sentirti molto sola.
Morte, emettendo un altro sospiro tremulo: Abbastanza.
Io: Dai, quando verrai a prendermi, mi ricorderò di questo momento e sarò gentile con te. Ti offrirò un caffè o un tè. Ci mangeremo l'ultimo muffin insieme e ce ne andremo a braccetto canticchiando. Va bene? Però devi dire al tuo Principale di conservarmi in salute e con buona memoria. E di non farti passare troppo presto. O addio ai buoni propositi.
La Morte: Ecco che ci risiamo. Un'altra che vuole contrattare faccia a faccia con me.
Io, ribatto accigliata: Ma io non voglio contrattare. Anzi, sto cercando di essere cordiale!
La Morte: Sì, sì. Proprio come il tuo predecessore. Che per guadagnare altro tempo voleva farmi... morire dalle risate! Ahahahah! -- la Morte scoppia a ridere per la sua stessa battuta.
Io: C'è poco da prendermi in giro, vecchia contadina scorbutica.
La Morte: Ma no! Ti giuro che è vero! Una volta un vecchio attore fece con me una scommessa. Ogni Natale passavo a prenderlo e se lui riusciva a farmi ridere, gli regalavo un anno in più da vivere.
Io: E ci riusciva? A farti ridere, intendo.
La Morte, sposta il peso da un piede all'altro, apparentemente in imbarazzo: In un certo senso, sì... però senti, resti fra noi eh. Non ci ho fatto una bella figura con quell'incarico.
Io: Tranquilla. Tanto a chi vuoi che lo vada a raccontare? Punto primo, non mi crederebbe nessuno. Punto secondo, ma lo vedi dove vivo?! Ti sembro una persona socievole e ciarliera, io?
La Morte: In effetti... però è stato un piacere parlare con te. Adesso devo andare. Devo trovare un fuso orario in cui Ikea sia ancora aperta, o non riuscirò mai a comprare quella sedia da giardino.
Io: Ok. Buona spesa, Vecchia Signora.
La Morte: Grazie!
Io: Come si chiamava quell'attore?
La Morte: Charlie. Era un comico.
Io: Ma è una storia vera? Quella della scommessa e degli anni vinti a suon di risate?
La Morte: Non saprei. Probabilmente no. Ma è una bella storia. Se ti capitasse di trovarla in libreria, ti consiglio di leggerla. Un perdigiorno dotato di favella ed eleganza ne ha scritto un resoconto dettagliato, poetico e molto coinvolgente. E se anche non fosse mai successo... sarebbe davvero così importante?
Io: No. Immagino di no.






E ora: PUBBLICITÀ!














domenica 13 marzo 2016

Storia triste di un ritiro dalle scene

Questo post è arrabbiato. Bisbetico. Brontolante.
Se non siete in vena di leggere proteste, vi suggerisco di cercare qualcos'altro in archivio.

Conoscente 1: Figliolo Amato ha la ragazza che lo aiuta per la scuola. Viene tutti i pomeriggi per due ore.
Conoscente 2, cenno di apprezzamento: Davvero cara?
Conoscente 1: Eh sì, praticamente la campo questa. Le do quattrocento euro al mese. Eh, ma a Figliolo Amato gliel'ho detto. Dal prossimo anno, niente più aiuti. Mica posso stare a spendere dieci euro l'ora all'infinito.
Garagista, che emette vapore come una locomotiva del vecchio West: Quando insegnavo, io ne prendevo venticinque (25) di euro all'ora.

Conoscente 1 e Conoscente 2 si voltano a guardarmi stupite, esterrefatte, incredule.
Conoscente 2: Ma che stai a scherzà?
Io, Garagista Eretica: No. Neanche un po'.
Conoscente 1, alias Madre Premurosa: Vabbè, ma quella che viene a casa è 'na ragazza. Laureata in lingue...
Pronuncia strascicata sulle vocale i ed e della parola lingue, alla vista della mia faccia inespessiva, pietrificata.
Io: E allora?
Mugolii, giustificazioni e proteste quali non ti pare troppo 25?, io ne avrei chiesti di meno; sguardi da ladrona imbrogliona, sfiducia palpabile nell'aere.
Dopodiché, con una nonchalance che farebbe invidia all'esponente più corrotto della classe sociale detentrice di denaro e potere, Conoscente 2, sorriso a trentadue denti, mi chiede: Ti prego, mi insegni l'inglese? Però, sia chiaro, io non te li do venticinque euro l'ora. Nemmeno venti.
Reprimendo l'istinto di emettere sequela indicibile di insulti e cattiverie - ma senza uso di turpiloquio, né tantomeno di bestemmie, che ultimamente sono diventate la mia colonna sonora quotidiana, non immaginate il gaudio -, replico gentilmente ma altrettanto fermamente: Mi dispiace, non insegno più. Ho smesso.
Inutili le moine di Conoscente 2, che non mi smuoverebbero nemmeno dopo dieci grappini - e per sua sventura, ma mia fortuna, sono astemia -, per cui, vedendo vanificati i suoi sforzi di convincimento, conclude la forbita conversazione con: Quanto sei stronza.

Insegnavo.
Ho insegnato.
Solevo insegnare. Privatamente.
Ora: non più.
Per dodici lunghi anni mi sono presa cura di ragazzini i cui genitori erano troppo presi dal lavoro, dalle spese, dalle tasse, dal Rotary Club, dal divorzio, dalla rivendita di BMW, Mini e Porsche, per accorgersi che i figli avevano bisogno di loro. Pargoli sfornati per essere affidati ad amorevoli attenzioni altrui.
Ho lottato contro professori di scuola che tormentavano i miei studenti con espressioni razziste, denigratorie, con voti e note ingiustificati.
E vi prego, prestate attenzione: sono un'insegnante molto severa ed esigente. I voti che assegno io sono sempre bassi, per entrare nelle mie grazie dovete sudare sette camice. Perciò, se dico che un docente di scuola è ingiusto, voglio dire proprio questo. Non ho mai regalato niente a nessuno. E i miei risultati parlano per me. Sia i successi, sia gli insuccessi, coronati da furiose litigate con genitori e figli che non rispettavano il mio lavoro, né la mia figura professionale.
Volete sapere cosa c'è?
C'è che non esiste un metodo per andare bene a scuola che non sia STUDIARE. Io non posso fare il lavoro al posto di nessun altro. Non ho il super potere di infondere la mia conoscenza per osmosi. E poi, scusate... per sapere tutto quello che so, ho speso infinite ore della mia vita. Ho rinunciato al cazzeggio fine a se stesso, mandando messaggini all'amica, guardando la televisione o navigando in internet - che ci crediate o no, esisteva già quando andavo a scuola -, invece di concentrarmi sullo studio. C'è un tempo per tutto: un tempo per lavorare e, evviva evviva!, un tempo per cazzeggiare. I due tempi non vanno confusi né mescolati, altrimenti viene tutto di merda: a scuola si prenderanno brutti voti, all'uscita cogli amici si arriverà stanchi, arrabbiati, frustrati, con la madre che vi insegue strillando causa la miserevole carriera accademica. O peggio, non si uscirà proprio, per via delle punizioni.
Se mi aveste assunto, avreste sentito questa regola in tutte le salse: quando si studia, si studia. Una volta chiusi i libri, possiamo diventare gli scatenati, più scatenati che ci siano. Come quando la vostra garagista, l'ultimo giorno del secondo liceo ebbe la brillante idea di andarsene in giro per i corridoi dell'istituto in sella alla propria bici da corsa. Tanto per dirne una.
Ma come si fa a mandare dal preside una che per nove mesi all'anno sforna un dieci dietro l'altro e non combina casini?
Ma pensate che io mi divertissi a stare sei ore al giorno su quel banco sporco, pieno di gomme da masticare mummificate attaccate sotto, a sentire blaterare gente che aveva potere sull'andamento delle mie giornate?!
Una volta chiarito questo punto, sono sempre stata una gran sostenitrice dell'affermazione Non esistono adolescenti svogliati.
Esistono bambini e adolescenti con problemi personali. Forse i signori adulti se lo sono dimenticato; ma non andare d'accordo con gente tua coetanea che condivide il tuo stesso spazio vitale per diverse ore al giorno, per cinque-sei giorni la settimana, può essere davvero massacrante. Se si sfocia nel bullismo, ad esempio, si può essere portati alla disperazione. E al suicidio.
Solo che  il piccolo grande mondo della scuola spesso è incomprensibile per chi non lo vive in prima persona. A meno che un adulto non abbia buona memoria, un fanciullino interiore molto vispo e arzillo, tanta fantasia e voglia di capire e interpretare cose sconosciute.
Ecco dove io trovavo posto. Nell'accompagnare letteralmente per mano ragazzi con i più svariati problemi, che un 4 in pagella non faceva altro che sottolineare. Il 4 non è mai la causa. Il 4 è un sintomo.
Oppure, occasione meno tesa e tragica, insegnavo una lingua straniera - in genere l'inglese, ma qualche volta il francese - al manager di turno. All'aspirante libero professionista, che aveva appena avviato una startup con un brand personalizzato, un'App per smartphone e tablet dedicata, da downloadare gratuitamente su AppStore o Google Play, seguendo il trend del momento e sperando che lo spread non fosse troppo alto da fargli chiudere bottega. Tutto chiaro?
Un lavoro difficile, il mio, ma colmo di emozioni, stimoli, soddisfazioni. Le mie migliori amicizie, negli ultimi dieci anni, sono nate con quelle madri single che tanto hanno temuto per il futuro dei propri pargoli e ad ogni folata di vento si ripetevano "Meno male che c'è Ludovica". Con tutti i miei adorati americani, che venivano a vivere a Roma per qualche anno, per cercare di capire che roba è essere italiani; a godere delle bellezze artistiche ed intellettuali del Belpaese e del resto d'Europa, a portata di un biglietto della Ryanair. Americani grandi, a cui insegnare che non ci si deve vergognare se al barista si chiede per piàcere, con l'accento sulla a, o se al vicino di casa si racconta che io ho andato. Americani piccoli, che vogliono un amico adulto che conosca bene il mondo strano e a volte un po' spaventoso, in cui i genitori li hanno catapultati.
Ma perché ho smesso?
Perché...
Perché di americani non ce ne sono poi molti, di mamme preoccupate e attente anche. E senza di loro, senza persone da aiutare, da capire, a cui insegnare lingue, italiano, musica e matematica, io non ho nessun lavoro.
Tutti gli altri mi guardano come se fossi una ladra. Un'imbrogliona. Una persona che vuole i loro soldi senza fare niente di particolare.
Perché la cultura non importa a nessuno. La cultura non ha prezzo poiché nel mondo dei più non ha nessun valore. Perché pagare per qualcosa che posso fare da solo? Ma se davvero puoi studiare da solo, allora perché continui a prendere 4? Perché quella frase in inglese continua a non entrarti in testa, nonostante i soldi profusi in svariati British, Irish, Scottish institute?
Piuttosto vado a fare un viaggio studio all'estero! Certo. Tanti auguri. Quando torni, facciamo un po' di conversazione in lingua.
In questo mondo, spazio per una come me non c'è: è già occupato da corsi di fitness, personal trainer che chiedono 20 euro l'ora, insegnanti di pilates e yoga che vengono a casa per 30 euro l'ora, istruttori che ti fanno fare la passeggiata in campagna per bruciare gli strati di lardo. Ma come... a che mi serve pagare uno che mi faccia alzare il culo dal divano? Non posso farlo in autonomia?
Eh no. Questo no.
Non mi fraintendete. Ho massimo rispetto per gli istruttori di fitness. Ne annovero alcuni fra le mie amicizie più care e intime. Io stessa sono sempre lì lì per decidermi a prendere qualche brevetto, magari di striding oppure di yoga, tanto è il mio amore per lo sport. E credo che anche loro siano seri professionisti e meritino fino all'ultimo centesimo del denaro che chiedono.
Ma allora... perché io no? Perché io vengo dopo il fitness e perfino gli insegnanti di musica, che dovrebbero essere miei più stretti colleghi? Solo perché la musica dà prestigio e allora ci ritroviamo zeppi di bambini stressati e annoiati, costretti a solfeggiare pagine e pagine di astrusi pallini neri e bianchi, privi di qualsiasi talento musicale, che tortureranno le nostre orecchie con esecuzioni a dir poco piatte e impersonali... solo perché la musica dà prestigio? Che prestigio c'è nel rendersi ridicoli? Che prestigio c'è nel non ascoltare mai i propri figli, privandoli del piacere di seguire le proprie inclinazioni, i talenti naturali e i propri desideri?
Ma va bene così.
Ormai ho deciso.
Non insegno più.
Con la cultura non ci mangio. E prima di acculturarsi, uno deve sopravvivere.
Nell'ultimo trasloco verso il mio amato garage, ho buttato tutti i libri di didattica che avevo accumulato negli anni. Tutti.
Non li ho venduti. Non li ho neanche regalati, perché non conoscevo nessuno che meritasse tanto. Li ho buttati in uno degli ultimi secchioni verdi indifferenziati che allora popolavano ancora le strade della città.
Non una parola uscirà mai più dalla mia bocca, che non sia per dire qualcosa di personale. Io non insegno più.
E voi; voi potete fare quello che vi pare.
Se siete insegnanti che si fanno pagare dieci euro l'ora, sappiatelo: siete degli imbecilli e dei poveri disperati. Andate a fare i cassieri, che guadagnate di più.
Tutti gli altri: imparate, inglese, francese, spagnolo, tedesco, italiano, matematica, archeologia come più vi piace. Altrimenti fatevi una bella passeggiata in campagna. O anche all'inferno se ci riuscite. A me, non cambia assolutamente niente.




domenica 6 marzo 2016

Un barlume di speranza: come dare un senso a 120 minuti di pausa pranzo

Ordine!
Ordine!
Ma insomma, ordine!
Pacchi, pacchetti e spedizioni!
Presto che arriva il corriere. Ma no, boss, te lo abbiamo già detto: Ups passa alle quattro, abbiamo tutto il tempo.
Ah bene, bene. Però sbrigatevi, mi raccomando.
E cos'è tutto questo casino sulle scrivanie??
Prende i nostri fogli e li sprimaccia come un cuscino sgualcito, mandando all'aria il metodo di una filologa e di un'ingegnere (con l'apostrofo, perché l'ingegnere in questione è una donna).
O-mamma-mia-mammina-cara-mammina-bella: quando finisce questa mattinata?
Guardo l'orologio: 12.29.
Halleluja! Un coro di angioletti armati di cetra inizia a strimpellare allegro e festante: sessanta secondi alla pausa pranzo.
Tratteniamo il respiro.
Oooohhhmmm... niente risposte brusche.
Oooohhhmmm... tieni a freno la linguaccia, dai che ce la fai.
Meno tre... due... uno... 12.30.
In piedi. Saluti a tutti! Baci e abbracci. Si va. Si corre in piscina a sgranchire le membra e ad arginare la ciccia che vuole lievitare come pasta da pizza vicino ad un termosifone.
Lola - la mia auto - tossicchia fuori benzina mista a gpl e con passo di lumaca, 1200 cc Euro 4 che non corre nemmeno se la prendi a calci, trascina se stessa e la conducente fino allo stabile della piscina comunale.
Borsone in spalla, badge in mano, occhiali da sole pronti ad essere rinfoderati, saluto veloce il signor "Uomo ombroso al Bancone".
Passo il tornello, spogliatoi a me; apro la borsa e...
Disdetta! Sciagura! Misera e tapina rincoglionita che altro non sono. Dov'è il costume?
Due cuffie, pinne, palette per le mani, set di balsami per capelli, creme, profumo, teli hi-tech, due occhialini, lettore mp3 subacqueo, non sia mai dovessi annoiarmi. Ma dov'è l'elemento essenziale per poter accedere alla tanto agognata tinozza clorificata da venticinque metri?
Lo so io dov'è! Abbandonato sull'asse da stiro del tugurio (la lavanderia del garage-dimora). Ah, me smemorata. E adesso? Impossibile tornare indietro a prenderlo. Casa dista quasi venti chilometri, non avrei tempo di nuotare, nemmeno di fare una doccia.
Mi affaccio alla reception nella remota speranza che, oltre alle multicolori cuffie in bella mostra nelle bacheche, vendano anche costumi. Niente da fare: Uomo Ombroso mi dà risposta negativa, aggiungendo che non può nemmeno prestarmi il suo di costume.
Ah... ah... ah... apprezzo l'ironia, ma nelle parti basse avverto movimento rotatorio con momento angolare piuttosto elevato.
Meglio cambiare aria, ché con l'acqua già mi è andata male.
Mestamente mi trascino verso Lola, incerta sul da farsi. Ho due ore di pausa, che normalmente impiego per salutari pratiche sportive. Oppure nella lettura di un libro barra visione di un film sul mio fido tablet. Il quale tablet oggi, stranamente, non ho portato. È una congiura, brontolo fra me e me.
Mi guardo intorno poco convinta.
Non sono donna mondana. Sono una garagista. Un essere rude e solitario, che spende il proprio tempo libero con compagnia umana molto scarna e selezionata. O anche in lunghe ore di libero pensiero nell'esclusiva compagnia di ego, es ed io.
Che fare?
In macchina è il gelo. Non posso allungare il sedile ed ascoltare musica. Fuori grandina e c'è un rumore infernale nell'abitacolo.
Bah... tanto vale.
Accendo il motore e mi avvio verso la piazzetta sita dietro l'ufficio. Mi sembra di aver visto un bar, qualche giorno fa. Non che io sia un'habitué di siffatti luoghi. Tuttavia è proprio il caso di fare uno strappo alla regola. Parcheggio controvoglia, cercando in me un barlume di spirito d'avventura. A dirla tutta, mi accontenterei anche di un semplice barlume di speranza.
Varco la soglia: vengo accolta da un locale semplice, quasi anonimo. Sedie e tavolini che non lasciano immagini impresse nella mente. Una pagina della Gazzetta dello Sport, incorniciata, macchia di rosa il muro. Niente di che.
Un tavolo è occupato da quattro uomini anziani intenti a giocare a carte. Credo che la parola giusta per definirli sia "pittoreschi". Quasi fossero dei figuranti, messi lì apposta per creare l'atmosfera giusta. Bisbigliano fra loro, in un dialetto che non capisco ma, dalla quantità di suoni aspirati che sento, direi che si tratta di una qualche branca della calata toscana. Lentamente, le quattro teste accennano a voltarsi e a sbirciare nella mia direzione.
Per la miseria che sguardi inquisitori.
Una voce bassa e un tantino roca parla alle mie spalle: - Sta ammirando la mia collezione di reduci del dopoguerra?
Dev'essere la giornata delle battutone di spirito.
Moro, magro, sui quaranta, rostro in viso degno di una nave spartighiaccio; ma nel complesso non da buttare via. Il barista attende una risposta, inespressivo. O la mia ordinazione. O, magari, che io me ne vada. Non ha l'aria troppo amichevole.
- O' tu fa' sempre lo spiritoso, mi raccomando! - esclama uno dei vecchietti con pesante accento toscano, agitando un bastone da passeggio in segno di minaccia.
Allora, già di per sé non sono incline alla sperimentazione delle varie manifestazioni delle stranezze umane; ma qui la situazione mi pare un tantino fuori dell'ordinario.
Ormai ci sto... chissà se riesco a guadagnarmi una bevanda calda, che sciolga l'incazzatura per il costume abbandonato, e una postazione periferica, lontana dall'attenzione degli astanti?
Mi schiarisco la voce: - Buongiorno...
- Questo è ancora da verificare. - mi rimbecca il barista. Ce l'avrà con me, col vecchietto munito di bastone o col mondo intero?
- Potrei avere un cappuccino per favore?
- No.
Va bene... è uno scherzo.
- Come scusi? - replico attonita.
- Lei ha chiesto un cappuccino. Io le ho risposto "no". Non faccio cappuccini dopo pranzo.
- Ah. E la cagione?
- Non sono salutari.
- Scusi, ma a lei che gliene frega? Se voglio morire di cappuccino, ben saranno affari miei, no??
- Come lei vuole morire, se lo scelga pure. Non è salutare per me, produrre cappuccini nel pomeriggio. Il vapore mi dà noia.
- Apperò.
No, un interlocutore così scorbutico proprio non mi necessita al momento. Sto cercando di decidere se girare i tacchi e andar via senza salutare o insultare il barista in maniera indicibile, sfruttando l'attimo per un meritato esercizio di regolazione emotiva, quando l'uomo con bastone esclama: - O Massimo, e non esse'  bischero come sempre. O tu faglielo un cappuccino a 'sta bimba qua, che la si scalda un po' a lei. O non lo vedi tu che fori grandina e l'è tutta bagnata?
In effetti...
- Ampelio, non mi rompe o ti scordi il gelato.
- Nun c'ho mica bisogno del tu' permesso pe' mangiammi il gelato, sai? Fa' codesto benedetto cappuccino alla signorina.
Gli altri vecchietti annuniscono approvando la posizione di Ampelio, accorso in mia difesa, aggiungendo qualche altra battuta rafforzativa.
Il barista sbuffa, visibilmente contrariato. Ha l'aria di chi vorrebbe farla pagare a qualcuno, ma ha le mani legate.
Il più elegante e distino degli anziani, forse un po' meno vetusto degli altri, si alza e mi invita: - Signorina, prego, si accomodi qui con noi.
A quanto pare, umidiccia e scarmigliata ho comunque fatto colpo sui vispi ottuagenari.
Prendo posto fra il signore distinto, che ha appena aggiunto una sedia, e un altro visibilmente corpulento... diciamo la verità, altezza e larghezza sono pressoché pari, tanto che la sua forma si avvicina pericolosamente alla sfericità perfetta.
La collezione di reduci mi guarda soddisfata. I sibili della macchina del caffè terminano e dopo un istante arriva il mio cappuccino. Solo adesso mi rendo conto di non averlo chiesto decaffeinato, ma preferisco mordermi la lingua, per paura che il barista scorbutico mi ci faccia lo shampoo, con la tazzina che ha in mano.
- Ecco il suo cappuccino, signorina. Lo vuole un consiglio?
- Mi dica. - accenno un prudente sorriso.
- Si alzi immediatamente da questo tavolo e se ne cerchi un altro. Bene che le vada, questi molestatori la terranno qui fino a notte fonda, a suon di chiacchiere e partite a carte.
- Vede, io devo tornare al lavoro...
- Male che le vada, questi vecchiacci portano una sfiga incredibile!
- O Massimo!
I Quattro dell'Ave Maria - nel senso che presto o ancora più presto andranno ai Cancelli Celesti a declamare "Ave Maria!" - si toccano i gioielli dei tempi andati e lanciano strali dagli occhi in direzione del buon Massimo.
- Ovvero?  - prendo un sorso di cappuccino: nonostante la ritrosia del barista, è davvero buono.
- Ovvero: non sa la gente che muore da queste parti.
- È proprio vero... - sospira un nonnetto occhialuto, cappello in testa, rinsecchito al punto di dare l'impressione di navigare nei propri abiti, la cinta dei pantaloni ascellari stretta al duecentesimo buco.
- Almeno uno all'anno. - continua Massimo - Giusto per farli felici, così che possano giocare a fare gli investigatori, cacciandosi nei guai col commissariato locale per le calunnie che vanno diffondendo durante le loro "indagini". - l'enfasi messa nel pronunciare la parola indagini la dice lunga sulla faccenda.
- Così pare che ci divertiamo solo noi, caro il mi' nipote. - lo rimbecca Ampelio - E quanti casi tu hai risolto per quell'incapace del Commissario Fusco? Dai che con le tue fissazioni da laureato in matematica, ti diverti anche tu a risolvere gli... enigmi.
Ah, ho capito: uno Sherlock Holmes in incognito dietro il bancone di un bar e quattro Watson stipendiati dall'Inps che gli fanno il lavoro sporco. Ora sì che si fa interessante.
Ma il tempo vola. Tra un po' devo tornare a smistare ordini e spedizioni.
Finisco il cappuccino e faccio per alzarmi.
- Signorina, dove se ne va? - mi chiede Ampelio.
- Temo di dover rientrare in ufficio. Ma penso che tornerò. Questa storia dei casi da risolvere mi incuriosisce.
- Aspetti, aspetti.
- Oh nonno e lasciala andare. La gente c'ha da lavorare, mica come te che hai vissuto più anni da pensionato di quanti ne hai campati come impiegato!
Il rimprovero di Massimo il barista-matematico-investigatore passa del tutto inascoltato.
Per educazione, attendo un istante immobile; la risposta di Ampelio non si fa attendere: - Le va una briscolina? Il mi' nipote, quel brontolone lì... ma badi che è un bravo ragazzo... è solo che la moglie l'ha lasciato... in fondo... molto in fondo... c'ha un cuore d'oro... non ci vuole giocare con noialtri.
- Mi scusi... - cerco un modo per non essere sgarbata; davvero non so come - ... ma con me saremmo in cinque.
I vecchietti si scambiano risate sotto i baffi, come chi la sa lunga, molto più lunga di me: - Signorina, non ha mai giocato alla briscola in cinque?


Postilla: la pausa pranzo è mia. Il cappuccino è mio.
Io sono di origini marchigiane. E parlo un dialetto piceno.
Vivo nel Lazio da tredici anni.
Marco Malvaldi, toscano di Pisa, è molto più bravo di me a parlarvi del suo Barlume, del suo barista e della sua collezione di nonnetti investigatori.

Adesso andateci voi a prendervi un cappuccino per merenda... sempre se riuscite a convincere Massimo a farvelo.







Postilla della postilla: la toscanità piace molto a tutti gli Italiani. Sarà perché già a scuola ci danno l'imprinting con la Divina Commedia. Sarà perché tutte quelle acca e ti aspirate, degne delle lingue germaniche ci fanno tanto ridere. O forse sarà per il ben noto carattere polemico e indomito dei toscani d.o.c. Fattostà, la serie di romanzi dei Delitti del Barlume ha riscosso una ben meritata popolarità, tanto che ne è stato tratto uno sceneggiato televisivo prodotto da Sky, che va avanti già da tre stagioni.
Volete il mio consiglio? No? Beccatevelo comunque.
Leggete prima i libri.
Punto primo: guardando gli episodi - la cui produzione è random rispetto alla sequenza dei racconti e dei romanzi -, scoprireste già chi è l'assassino. E quale libro giallo è interessante se uno sa in anticipo come va a finire?
Punto secondo: a mio modesto avviso, la fotografia dei primi due episodi lascia molto a desiderare. I quattro nonni investigatori sono magistralmente interpretati da altrettanti bravissimi attori toscani.
Un quinto personaggio si unirà in seguito, al quale darà vita un Alessandro Benvenuti in grande forma e debordante vis comica.
Massimo, il nostro, prende voce e lineamenti del perugino Filippo Timi, col quale condivido una balbuzie più o meno frequente nella vita di tutti i giorni. E che, a detta delle sue fan, è uomo "sdraiabile". Lungi da me dare loro torto. Anzi.
Detto ciò. Non so. Maca qualcosa. La trama televisiva vira. L'eroe misantropo, che condivide molti tratti caratteriali con lo stesso Sherlock Holmes, diventa macchiettistico. Troppo poco genio, non più eroe ed eccessivamente irresoluto. Non me ne vogliate. Sono una filologa. Ma anche astrofisica per un dieci percento. Un vero matematico, che avesse lasciato il dottorato di ricerca per aprire un bar, si comporterebbe come nelle pagine del libro. Non come il buon - molto... molto buon... ma anche bravo - Filippo in televisione.
Punto terzo: ma fate un po' come vi pare, oh! Io, gli episodi, li ho visti tutti. E la sigla è strepitosa.









domenica 21 febbraio 2016

Lavori in corso: non parlare al garagista

Questo è un post con colonna sonora.

PRIMO TEMPO
Johann Sebastian Bach, Aria sulla quarta corda BWV 1068.
Premere play e proseguire nella lettura.










Osservate il garagista nel suo habitat naturale.
Mimetizzato fra gli scatoloni e i pallet accatastati in architetture post-futuriste, l'esemplare femmina in video (...video al momento non disponibile per problemi tecnici... ci scusiamo per il disagio) ciondola rilassato - pigiama stropicciato, lembo di maglietta intima che fuoriesce dall'elastico dei pantaloni - diretto al tavolo della colazione da giorno libero: caffellatte e ipercalorico muffin burroso senza glutine. Con gesto distratto scosta dagli occhi uno degli indomabili ciuffi che compongono la rigogliosa quanto informe chioma di capelli castani. Uno sbadiglio leonino per salutare la giornata e inizia a sorseggiare la calda bevanda decaffeinata, nel beato silenzio della sua tana solitaria.
Questa breve scena del rituale domenicale illustra in maniera abbastanza esauriente la natura schiva e burbera del garagista, animale sempre a rischio di estinzione, per via della sua tipica reticenza a socializzare e legarsi con altri esemplari della propria specie.
Il garagista non è razzista, sessista, non ha pregiudizi verso culture né religioni diverse. Non ha orientamenti politici particolari, non ha una fede calcistica né nessuna fede in particolare; infatti, tende all'agnosticismo, ripetendosi continuamente la socratica logica "so di non sapere". Per contro, è molto tollerante verso le credenze e le ideologie che non gli/le appartengono; purché queste ultime non limitino la sua libertà di pensiero, la sua privacy e libertà d'azione - e isolamento - nel proprio habitat.


Fine primo tempo. Ovunque voi siate arrivati, fermate la musica.
Se lo gradite, ascoltate l'intero brano, ma attendetene la conclusione in questo punto, non continuate la lettura.



INTERVALLO... non contate le pecore o vi addormentate!








SECONDO TEMPO
Claudio Baglioni, "Dov'è, dov'è", dall'album "Oltre"





Questo secolo finisce dieci anni prima.
Il duemila ha perso la sua buona novella.
Ci resta solo Novella 2000,
ma vedremo ugualmente le stelle da vicino,
perché i paparazzi hanno tutti... figli... MISSILI!!


I garagisti non sono socievoli.
I garagisti non fanno conversazione.
I garagisti, sono gentili e sempre pronti a dare una mano, ma fanno amicizia solo con persone di cui si fidano; guadagnare la fiducia di un garagista è operazione lunga e complicata, con esiti spesso deludenti e frustranti.
I garagisti non sono cattivi, sono solo molto schivi, anche se brillanti monologhisti poliglotti. E voi sarete confusi e arrabbiati, per via del loro comportamento sconclusionato e dissociato, e per questo sulla loro pagella scriverete sempre che "il garagista è uno studente eccellente, si impegna nello studio, approfondisce gli argomenti, è preciso e corretto nel portare a termine un compito; ma non partecipa in classe, non alza mai la mano, non parla e non socializza col resto della scolaresca". Dalla seconda elementare al quinto liceo. Sempre la stessa etichetta in calce. In prima si sono salvati, perché l'hanno fatta privata, con la maestra tutta per loro, che regalava rose e biscotti, e faceva usare loro i quaderni dei Ghostbusters per disegnare palline colorate e imparare la tabellina del due. La primina a cinque anni, che oggi va di moda, ma venticinque anni fa era sconsigliata e, ma perdincibacco insegnatele a scrivere con la mano destra, ma perché le permettete di scrivere con la sinistra?
I garagisti sono così.
Mancini. Primini quando nessuno lo è. Solitari, silenzioni e testa fra le nuvole, mentre a quattro anni tendono desiderosi la mano ad una macchina da scrivere che sanno già usare, mentre pletore di bambini troppo rumorosi e vivaci creano caos e distruzione intorno, nell'aula della scuola materna.
I garagisti vi saranno simpatici ad una prima occhiata. Ma li detesterete ad una seconda, mentre vi chiederete perché non richiamano. Perché non rispondono. Perché da una parte sorridono - e credetemi, sono sinceri -, ma poi non si fanno più vivi.
Abbiate pazienza. Non chiedereste mai a un bradipo di correre i cento metri. Ma nemmeno i duecento o i quattrocento. Forse potreste chiedergli di battere il record del mondo su "il tempo più lungo per masticare e digerire una foglia di eucalipto".
Ecco, più o meno è lo stesso. Non chiedete a un garagista di essere quello che non è. Non chiedetegli (o chiedetele) di fidarsi di voi al primo colpo. Non chiedete attenzioni e affetto come se foste amici dal primo momento. Perché non potrà darvi retta e alla fine se ne andrà. Siate pazienti. Siate voi fiduciosi. Perché già avete il suo rispetto. Il garagista femmina rispetta tutti. Rispettate i suoi ritmi. Se non scrive il blog. Se non risponde. Se il lavoro poi si trova ed è anche un buon lavoro, in cui tutti vengono trattati con giudizio e umanità. Un lavoro dalla paga dignitosa e decorosa. Un bel lavoro... a contatto con la classe, con la squadra. Coi bambini rumorosi, che nel frattempo sono cresciuti. Sono diventati le brave persone, quelle che mandano avanti il mondo, un giorno alla volta, un granellino di sabbia alla volta. Il garagista lo sa che le brave persone sono preziose, sono importanti. Sa che lavorarci insieme è un onore, una chance e un notevole colpo di abbondanti, rotonde e grassocce terga.
MA!
Povera garagista, comprendetela. Una vita di solitudine, di pagelle col timbro rosso del "non si integra con la classe" non si cancella con un contratto di lavoro in tasca. Un contratto non cancella dodici pagelle e una laurea.
Siate clementi. Dietro ognuna di quelle pagelle si cela una storia da Libro Cuore in cui la piccola vedetta è marchigiano-abruzzese e sbircia desiderosa l'arrivo di qualcuno che la aiuti a raggiungere la macchina da scrivere in cima allo scaffale dei giochi, nell'aula dell'asilo. Solo che, certe volte, quel qualcuno non arriva. Perché la vedetta non parla, non sa come fare. Ancora non ha imparato. O forse la vedetta urla, chiede aiuto, ma i bambini intorno fanno più rumore di lei.
E allora come si fa?
Come si fa?
La piccola vedetta mette le cuffie e fa partire la musica, almeno non sente tutta quella confusione intorno a sé. Si becca la sua nota di demerito per le sue scarse capacità di socializzazione, evita le botte a scuola, gli insulti in cortile, gli scherni e la paura in bicicletta, l'emarginazione alle gite e alle feste di compleanno e continua a sognare. A fantasticare. A credere che prima o poi qualcuno arriverà.
Dopodiché, per non morire di vecchiaia, passa da Ikea, si compra una bella scala, la monta col cacciavite di papà, si arrampica sullo scaffale dei giochi e finalmente raggiunge quella dannata macchina da scrivere.
Solo che...
Eh be'... la garagista ha fatto tutto da sola. Non c'erano amici con cui sbagliare. Amici con cui imparare. Non c'era una squadra. La garagista ha imparato a fare per sé e per gli altri, non cogli altri. La garagista non socializza con la classe. Perché in classe fanno tutti paura.
E se oggi la garagista passa otto ore al giorno gomito a gomito con le brave persone, come torna a casa la sera?
Stanca.
Setolosa, zannuta e brontolante come un cinghiale.
Desiderosa di silenzio e solitudine. Desiderosa della sua pagella da testa solitaria. Senza più una parola per il suo pubblico da blog.
La garagista si fa una bella cuccia di scatoloni, sprimaccia cuscini e piumoni, spegne i telefoni, spranga porte e finestre, chiude tutto il mondo fuori. Si abbuffa di dolciumi e legge un bel libro. Per ritrovare una parola. Per il giorno dopo. Per non deludere le brave persone. Per una pagella nuova, magari senza la nota di demerito.
Perché, anche se a volte ha l'impressione di essere capitata in una gabbia di matti, ultimamente pensa spesso "però... alla fine ho trovato un posto dove essere ME sta pagando davvero". E non solo in sporchi e sudaticci euro da bustapaga. Magari, anche se fuori di zucca, qualcuno che aiuti la vedetta a scendere dall'albero s'è trovato. Chi lo sa? Staremo a vedere.
Tanto, scala e cacciavite stanno sempre là, tra uno scatolone e l'altro.
Voi che ne dite?
Avete la pazienza di aspettare con me e scoprire come va a finire?


ALLA PROSSIMA PUNTATA


Si ringraziano, per l'inconsapevole partecipazione:
- Il molto prolifico Johann Sebastian Bach, che oltre ad aver composto migliaia di note meravigliose, che hanno segnato l'inizio dell'era musicale moderna, ha sfiancato due mogli, per una produzione totale di venti pargoli... che vitaccia pover'uomo...
- Il poetico Claudio Baglioni, che con ritmo, armonia e parole ermetiche, sa rendere emozioni e pensieri in maniera inimitabile.
- La maestra della primina, che aveva pazienza infinita, dolcezza infinita, intelligenza e sensibilità come non ho mai più trovato in altri docenti. E ha continuato a farmi scrivere con la mano sinistra.
- Quelle bestie che mi hanno dato il tormento per tanti anni di scuola (in più di un istituto). Se non ci foste stati voi, non avrei potuto aiutare decine e decine di ragazzi e genitori, nell'arco di dieci lunghi anni di insegnamento e tutoraggio privato. Cazzarola però... avrei preferito studiarle all'università certe cose, piuttosto che fare da cavia io stessa dagli undici anni in poi... 'tacci vostra!
- Papà per i cacciaviti. Mamma per le penne e lo stimolo a scrivere, scrivere, scrivere ancora e scrivere come vuole il professore di italiano, tanto tu sei brava e se lo fai contento vedi che prendi 9... tanto è stato. Thanks mom!
- Le brave persone. Non disperate. Un giorno o l'altro, divento normale pure io. E magari vi richiamo.